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L’intimo: filosofia della prossimità

Un paradosso esistenziale

La resistenza intima. Saggio su una filosofia della prossimità è un bellissimo saggio del filosofo catalano Josep Maria Esquirol, edito nel 2017 e tradotto in italiano l’anno successivo (Vita e pensiero).

Il titolo sembra riportare un paradosso: come fa ciò che è intimo, ciò che è apparentemente privato, ad aprirsi agli altri, a farsi vicinanza e “prossimità”?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo interrogarci sul significato del termine intimo. Forma superlativa dell’aggettivo interior, intimus indica la parte più interna, la più profonda e perciò più nascosta.

L’intimo è il nostro segreto, coestensivo con la definizione di chi siamo. Esso, tuttavia, costituisce anche il proprio – per usare un linguaggio aristotelico – in quanto sembra sovrabbondare, eccedere la sostanza.

In effetti, l’intimo non è definibile né per genere né per specie, perché è caratteristica del singolo. È un proprio di cui talvolta si ignora la portata. Non tanto perché l’intimo sia sempre – ma può essere anche – legato alle pulsioni di cui non abbiamo piena consapevolezza, come ci ha insegnato la psicanalisi.

L’intimo è come uno specchio posto dinanzi a noi, ma che non siamo in grado di decifrare. Non perché l’intimo sia costituito da frammenti oscuri, e pertanto è indecifrabile, quanto anche e soprattutto perché è mobile, legato al tempo, a quello che in greco si chiama kairòs, ossia il momento giusto.

Potremmo collegare l’intimo all’attimo, all’improvvisamente.

Come tutto ciò che è improvviso, l’intimo è inafferrabile, passa e si trasforma, e in questo passaggio cambia noi stessi. Se afferrassimo l’intimo, come detto, saremmo in grado di comprenderci. Ma l’intimo, come ha stupendamente spiegato François Jullien, sfugge al concetto, alla reificazione (Sull’intimità. Lontano dal frastuono dell’Amore). Esso piuttosto è vita, processo, progresso.

Potremmo dire che l’intimo è l’attimo in cui il dito di Dio ha creato il mondo, si è fatto esteriorità. L’intimo è il momento in cui il genio crea la sua opera. L’intimo è il momento degli amanti. L’intimo è l’attimo dell’affetto. Anzi, se volessimo dare una definizione precisa dell’intimo, potremmo senza dubbio affermare che è cifra affettiva, nel senso di ciò che agisce sempre verso qualcuno.

Ecco spiegato il paradosso.

L’intimo, in quanto moto interiore, inafferrabile da parte del soggetto, si manifesta nell’azione di prossimità. Non è tanto un processo di alienazione, né un momento della dialettica, se si intende alla maniera hegeliana. È una esplicitazione essenziale, un’esplorazione del Sé che viene partecipato. È il solo modo di complicità affettiva ed effettiva. È la sola capacità di essere sinceramente prossimi. E proprio per questo motivo, l’intimo richiede un linguaggio diverso da quello ordinario, definitorio, assertorio. Forse bisognerebbe inventarne uno, o quantomeno trovare un linguaggio che esprima contatto, senza pretesa di identificazione dell’altro, come denunciava Lévinas in Linguaggio e prossimità. Un linguaggio che sappia usare ancora il congiuntivo. L’intimo non ha infatti pretese violente, è un moto di libertà di chi agisce, di chi regala affetto, nei confronti di chi lo riceve. E in questo darsi, che è contatto prossimale, si instaura il rapporto di conoscenza reciproco che lega una coppia, che fonda una famiglia, che crea una comunità. E che non si tratti di un tentativo di possesso o di violenza, lo esprime bene ancora una volta Josep Maria Esquirol: “La prossimità non c’entra nulla con l’amplificazione ottenuta per mezzo di una lente d’ingrandimento”.

L’intimo che si esprime nella prossimità è discrezione. È quel senso del pudore di chi prova vergogna (pudore e vergogna in greco coincidono, aidòs), quando si rispetta se stessi e l’altro, anzi prima l’altro e poi se stessi. Perché l’intimo si riflette in quell’accettabile movimento di uscita da sé, per procedere verso chi sta vicinissimo (il prossimo), e ritornare in sé. La sovraesposizione serve solamente a stordire. A far emergere ciò che accettiamo di noi stessi e che vorremmo che gli altri accettassero. Senza più dialogo, senza più contatto, senza più impegnarci nell’intimo. Perciò chi esprime l’intimo, chi si assume la responsabilità di vivere l’intimo fa una scelta di coraggio. Mette in gioco se stesso, aprendosi all’altro. Mostrando quel che si è, e chiedendo aiuto in questa crescita di comprensione. La prossimità è appunto tale. È chiaro che tutto ciò espone al rischio, al giudizio, perfino alla violenza. Per questi molti rinunciano all’intimo, investendo in rapporti virtuali, dove il massimo dell’impegno sono “like”, “segui” e “rimuovi dagli amici”. Ma questo è Matrix, non la vita reale. Per questo motivo l’intimo è resistenza, coraggio, forza!

Ma allo stesso tempo l’intimo esprime la nostra fragilità che va accettata e preservata. Non siamo titani. L’attuale pandemia ha distrutto per sempre l’illusione dell’egoismo. Ha mostrato al mondo che la salvezza si raggiunge sempre collaborando con gli altri. Che per vincere le sfide che la precarietà si porta sulle spalle c’è bisogno della comunità, di gesti di condivisione, di gesti d’affetto.

Soprattutto di carezze.

Scrive ancora Esquirol, “la carezza è anche potere – pensa Deleuze –, e si tratta di uscire, di andare oltre, di liberarsi da punti e buchi. Sappiamo ormai che i buchi neri inghiottono ogni cosa. Bisogna dunque fuggire, allontanarsene. Ma il prossimo non è un buco e nemmeno un potere dominatore e tirannico, bensì viso, espressione di una giuntura provvisoria. Certo che vi è coinvolgimento, vi è attrazione, ma non quella esercitata da un pozzo senza fondo, bensì dalla responsabilità e dalla dolcezza della compagnia. La carezza non è potere, ma tatto del contatto”.

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