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I TALEBANI, LA GUERRA DI BUSH, GINO STRADA (ED I MIEI TORMENTI GIOVANILI)

La guerra in Afghanistan ed i fallimenti dell’Occidente

Nel 2015 accompagnai l’ex procuratore generale degli Stati Uniti John Ashcroft nella redazione del Mattino per una lunga intervista al direttore del giornale. In quell’occasione, l’ex ministro di Bush, manifesto’ la sua preoccupazione per come l’amministrazione Obama stava affrontando la questione afgana. Aschcroft era considerato un “falco” dell’amministrazione Bush, insieme al vicepresidente Cheney ed al segretario alla difesa Rumsfeld (da poco scomparso).
John D. Aschcroft ha combattuto il terrorismo con determinazione, essendo a capo di CIA ed FBI, all’epoca dell’attacco dell’11 settembre. In qualità di procuratore generale quindi fu promotore e strenuo sostenitore del «Patriot Act» che dopo l’11 settembre limitò negli Usa molte libertà individuali in nome della lotta al terrorismo.
Nell’ottobre del 2001 il presidente Bush, con le sue truppe ed il sostegno degli inglesi, invase l’Afghanistan, dove Osama Bin Laden aveva la sua roccaforte ed aveva alimentato le sue folli teorie. Questa terra, già al centro di una sanguinosa guerra negli anni ‘70, e’ stata in tutti questi decenni teatro di tumulti e rivolte ad opera di estremisti islamici.
Il mondo all’epoca dell’invasione dell’Afghanistan si mobilito’ contro Bush ed i suoi “falchi”: la guerra non è mai una soluzione, si diceva.
Ed io, all’epoca adolescente, ero affascinato dal lavoro di Gino Strada, fondatore di Emergency, da poco scomparso. Come non provare ammirazione verso chi assiste, cura e porta sollievo ad una popolazione così martoriata?
Quello che quest’uomo ha fatto, non può essere messo in discussione, al di là delle sue idee ed alcune sue posizioni politiche che si possono anche non condividere. Mi pare anche assurdo provare a sminuire la portata di ciò che è riuscito a fare. Sia chiaro.
Non ho mai apprezzato chi offre una lettura arrogante e superficiale dei fatti. La vicenda di Strada ci mette tutti in crisi, e parlo anche da uomo di fede. Lui, in nome non di Dio, ma di un preciso ideale, ha comunque donato la sua vita al prossimo, affrontando con non poco coraggio la morte e la sofferenza.
Ecco perché ero e sono tormentato: la guerra fa schifo, ma e’ giusto forse lasciare gli afgani al loro triste destino, senza intervenire ?

Ma al di là dei dilemmi e tormenti passati e presenti, dopo 20 anni rimane aperta la questione.
Anzi, apertissima.
L’amministrazione Trump aveva già deciso il ritiro delle truppe lo scorso anno, e Biden ha confermato questa linea.
E’ nota la mia posizione in favore di Trump, e della sua politica estera.
Ma l’accordo con i talebani per il ritiro delle truppe, fu un suo grande errore.
In queste settimane si è vanificato lo sforzo di questi ultimi 20 anni. E Biden ha portato avanti questa scelta.

Risultato: il paese in poche settimane e’ ripiombato nelle mani dei talebani. La bandiera del nuovo emirato islamico che sventola sul
Palazzo presidenziale di Kabul, e’ una sconfitta per tutti. Così come la fuga del Presidente Ghani.
E cosa direbbe oggi Gino Strada ?
Perché sia chiaro: ora sarà impossibile operare in terra afgana anche per Emergency.
Nasce così una Repubblica islamica fondamentalista, che ha già archiviato ogni timido segnale verso un processo di normalizzazione del paese che in questi anni era stato avviato.
La presenza delle truppe straniere ha per lo meno garantito in questi anni un minimo di stabilità politica, con tutte le difficoltà e sopratutto un duro prezzo in termini di vite umane per i contingenti occidentali.

Oggi perfino alcuni commentatori e politici di sinistra, affermano che Joe Biden ha sbagliato a procedere con il ritiro delle truppe.

Una guerra e’ sempre sbagliata, ma a quasi vent’anni esatti dall’attacco delle Torri Gemelle, ci ritroviamo al punto di partenza.
Abbiamo riavvolto il nastro. Ed ora ?

Al di là dei miei tormenti giovanili, oggi sono come un macigno al cuore per tutti gli occidentali, pacifisti e non, le parole di una giovane afgana che disperata si dice terrorizzata da quanto sta accadendo in queste ore a Kabul: “I talebani ci uccideranno”.
Ecco perché quando ebbi l’occasione di avere per qualche giorno al mio fianco uno dei protagonisti di quella fase storica così delicata, cercai di dare una risposta ai miei tormenti giovanili: furono molte le domande che rivolsi a John Aschcoft. In quell’intervista al Mattino disse: “… la libertà e’ un valore che va difeso”.
Ecco. Ho cominciato a riflettere su questo punto. La libertà e’ una conquista, e dobbiamo difenderla. Ma all’epoca il direttore del Mattino fece una specifica domanda ad Aschcroft: “perché gli americani vogliono “esportare” la democrazia?”.
L’ex procuratore generale fu lapidario: “Gli americani sono interessati alla libertà e la difendono laddove c’è un processo democratico ed una volontà popolare reale che va sempre rispettata. Diverso e’ il caso delle dittature dove il popolo invoca libertà e richiede aiuti perché la democrazia possa affermarsi”.

Ora, dopo tutto quanto accaduto (la caduta di Kabul e la morte di Gino Strada) un dubbio continua ad assalirmi: una guerra può essere giusta ?

No, non lo è mai.
Guerra e’ morte, dolore e devastazione.
Forse, a volte, e’ terribilmente e cinicamente necessaria, per evitare il peggio.
Giulio Andreotti disse: “Il Signore ci ha insegnato che quando subiamo un torto dobbiamo porgere l’altra guancia. Ma sempre il buon Dio con molta intelligenza ce ne ha date solo due”.
Sarà cinico ciò che disse Andreotti e poco caritatevole, ma potrebbe essere una risposta ai tormenti che ci assalgono.
La vita è fatta di scelte.
Dalla parte di chi siamo, chi scegliamo di difendere ?
Se vogliamo tendere la mano a quelle donne afghane ora in preda ai demoni talebani, non bastano solo parole, proclami e frasi retoriche. Non serve sventolare la bandiera della pace. Ma servono azioni concrete, e quindi interventi militari.

Una cosa e’ certa: passano gli anni, si succedono presidenti, falliscono gli uomini e vacillano le idee… ma i tormenti, ieri come oggi, restano.

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Alessandro Iovino

Scritto da Alessandro Iovino

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