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Il presepe: admirabile o solitum signum?

Chi, come me, ha origine campane, ricorderà più agevolmente il dialogo tra Luca e Tommaso Cupiello nella famosa commedia di Eduardo De Filippo, Natale in casa Cupiello. Il vecchio Luca, sempre più prossimo alla morte, domanda con insistenza al giovane Tommasino:- “Te piace o presep?”. Tommasino risponderà di sì solo quando il padre sarà in punto di morte. 

È un passaggio che da ironico diventa drammatico e insieme si fa simbolo dell’atteggiamento di due diverse generazioni di fronte alla tradizione di fare il presepe. 

Dopo il recente intervento di papa Francesco a Greccio e la sua lettera Admirabile signum (1 dicembre 2019) è stato quasi inevitabile ricordare questa scena, anche se, nel leggere il testo di Bergoglio, un più energico effetto madeleine, se così si può dire scomodando Proust, va nella direzione di un autore della nostra letteratura novecentesca che non sempre riceve le attenzioni che meriterebbe. Penso a Dino Buzzati.

È risaputo: D. Buzzati non era solito fare né l’albero di natale, né il presepe, eppure nei suoi racconti questo tema è presente in ampie porzioni, tant’è che Lorenzo Viganò ha raccolto questi scritti in un bellissimo libro edito per Mondadori dal titolo Il panettone non bastò. Scritti, racconti e fiabe natalizie. (2004). 

Era il lontano 19 dicembre 1934 quando Dino iniziò a scrivere del natale e lo fece con la forma di un articolo di costume scritto per il Corriere della sera dal titolo “Tecnica del presepio”. 

Al presepe ben strutturato della famiglia agiata, dichiara di preferire quello improvvisato dalla gente modesta perché fermamente convinto che, spesso, un capolavoro può nascere proprio da mezzi scarsi. Così, un capolavoro, doveva essere quello che abitualmente vedeva nella portineria di casa sua: di proporzioni meschine, con le statuine stinte, logore e rotte, senza lumini, né cielo trapunto di stelle, né ruscelletti, né pozzi; quasi inesistetene, eppure una vera calamita per i bambini che lì si fermavano per contemplarlo grazie al tocco ispirato e felice che faceva la differenza. 

I tratti qui rievocati sono gli stessi che Bergoglio spiega nella sua lettera, dal punto quattro in poi, in chiave allegorica; procede con piacevole stile, edificante anche per chi, come me, non è pienamente calato nella vita religiosa/cristiana, ma concepisce l’essere cristiani alla maniera di Benedetto Croce. 

Sembra strano, ma l’ultima parte del messaggio di Buzzati dà l’impressione di muovere nella direzione delle parole del papa e in qualche modo renderle più efficaci. 

Infatti, procedendo con una paradossale contaminazione tra i due, si potrà concludere che se si vuole un presepe che sia admirabile e non solitum signum, è necessario recuperare la semplicità che, oggi più di ieri, talvolta, sembra, come diceva Buzzati, con grave colpa, abbandonata o comunque messa da parte. 

Su questo concetto, il nostro Dino non smetterà di riflettere: qualche anno dopo, il 25 dicembre 1959, sempre sul Corriere, sosterrà che, in fondo, “ce n’è troppo di natale”. 

Questa volta più che all’esperienza affida la sua riflessione ad un racconto che ha, ovviamente, del surreale e del favoloso. Immagina che il bue e l’asinello che riscaldarono il neonato Gesù, ormai da molto tempo nel paradiso degli animali, proprio nel giorno di natale, chiedano un permesso speciale per far visita agli uomini che celebrano la festa del natale. Il bue, con molta amarezza, dopo essersi allontanato dalle luci e dal frastuono, mostra all’asino, e a noi lettori, di sentirsi come perso davanti alla frenesia, sempre più incalzante, con cui gli uomini si rincorrono per scambiare auguri e regali; strano che non si sia positivamente meravigliato della probabile spinta all’economia, ma quelli erano gli anni del boom economico. 

Tutto sembra esagerato e il triste bue non può non chiedere all’amico di sempre se siano tutti usciti pazzi. I due animali scambiano veloci battute e, nella poeticissima forma del ricordo, rievocano il momento in cui con il loro fiato riscaldavano il corpo del neonato. Constatano che di quelle zampogne, degli angeli, dei tre ricchi signori che portavano regali, della stella, ormai, non c’è più nulla. Su quella città c’era solo “un soffitto di caligine”, un cielo cupo che con il clima dell’antico e vero natale non aveva niente a che fare. 

Ecco, forse un presepe fatto all’insegna della semplicità così come suggerisce Buzzati, messo, quasi con una certa inesistenza, in una qualunque portineria di un qualunque palazzo, e non necessariamente insistente e invadente un’intera piazza, così come invece sembra leggersi del desiderio di Bergoglio in certi articoli, ma non è propriamente così nella lettera, potrà stimolare una più rapida risposta positiva fra le giovani generazioni a quello stimolo che è la domanda di Luca Cupiello e che in fondo sembra velata nell’intero testo della lettera di Bergoglio. 

Poi, è vero, e aggiungerei fortunatamente, piccolo e semplice o grande e complesso che sia, non mancherà chi amerà il presepe alla stregua di un altro autore, ancora ai margini del canone letterario, Giorgio Manganelli, l’algolagnico e disforico animale natalizio che per il cenone di natale necessitava di “prostitute, flautiste, taumaturghe, sante, profetesse di Cappadocia, latiniste; … mogliazzi, maritazzi, battesimi, e per torna gusto, diavoli.” (G. Manganelli, Il presepio, 2014, Adelphi). [Liber]

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Scritto da Liberato De Vita

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