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Leopardi Befana Giacomo

C’è un Leopardi fuori dalla gabbia delle consumate e (s)fortunate etichette scolastiche

C’è un Leopardi fuori dalla gabbia delle consumate e (s)fortunate etichette scolastiche (“pessimismo storico” e “pessimismo cosmico”) che, solitario, è in fuga da Recanati. Ma, proprio come in quel tentativo della lontana estate del 1819, un qualche “Monaldo” riesce sempre a riportare indietro.

C’è un Leopardi senza Leopardi. 

Senza quell’ingannevole sovrastruttura fatta di nozioni biografiche e di un pensiero che pur complesso è scandito in tappe che induce, e riduce, a ritenere Leopardi solo in funzione dei suoi limiti fisici. Un’idea, questa, che era diffusa anche mentre Leopardi era in vita. Sovvengono, come esempio, alcuni brevi passaggi scritti da Niccolò Tommaseo. Nello scrivere di Leopardi all’amico Capponi, così si esprime: «l’uomo che ha il genio del Tasso in fondo alla gobba» (1833); ancóra, al poeta amante del riso e del volo degli uccelli, dedica un severo epigramma: «esser vorresti un uccello? – Siam lì: sei un pipistrello» (1833). E, quando le ceneri del Leopardi erano ancora calde, senza alcun scrupolo, non esita a riferirsi al nostro come il “conte crostaceo” (1838). 

Leopardi era abituato a queste vili offese:

i monelli di Recanati, e forse, oggi, qualche nostro studente, spesso, gli gridavano contro: “gobbo fottuto”. Una gobba la sua che è divenuta anche topos letterario: Thomas Mann ne La montagna incantata (1924) fa dire all’erudito Settembrini: «Conoscete Leopardi, ingegnere, o lei, tenente? Un infelice poeta del mio paese, un uomo gobbo, malaticcio con un’anima originariamente grande, ma di continuo umiliata dalla miseria del corpo e trascinata nelle bassure dell’ironia, un’anima i cui lamenti straziano il cuore».

Eppure, proprio contro questo tipo di ingiurie, che vogliono Leopardi pessimista perché prigioniero di un corpo malato, il recanatese resisteva con ogni energia, fisica e mentale. All’amico Louis De Sinner che lo informava del giudizio di una rivista di Stoccarda riguardo alle sue convinzioni, Leopardi rispose con una risoluta lettera di protesta. 

Dichiarava di avere avuto il coraggio di approfondire e abbracciare per intero una “filosofia disperante” e, soprattutto, protestava: «Prima di morire protesterò contro questa invenzione della debolezza e della volgarità e pregherò i miei lettori di impegnarsi a distruggere le mie osservazioni e ragionamenti piuttosto che accusare le mie malattie.» (24 maggio 1832). 

Ecco, più che giudicarlo con idee preconfezionate, una volta entrati in dialogo con Leopardi, un dialogo anche vivace, potremo scoprire un autore sorprendente: che non è mai stanco di lottare, che resiste e si ribella. Significativa, a questo proposito, può risultare la testimonianza di Carducci che, nel centenario della nascita di Leopardi, ricordando la testimonianza dello scrittore Marco Monnier, spiega i sentimenti dei volontari del 1859: «Inchinatevi davanti a quest’omicciattolo gracile e malaticcio che non vedeva che campi di battaglia e che evocava un’Italia di giganti. – Con Manzoni in chiesa – dicevano gl’Italiani, ed aggiungevano: – Con Leopardi alla guerra».

Inoltre, non saremo sorpresi di scoprire un Leopardi amante del buon cibo e del vino o anche in grado di divertire e divertirsi di una pazza allegrezza, come egli amava definirla. 

È proprio in questa ultima veste che, oggi, vogliamo ricordarlo.

Leopardi ha poco più di dieci anni e in una lettera scritta a Recanati il 6 gennaio 1810 si rivolge alla marchesa Volumnia Roberti. Una donna intelligente con la quale Monaldo amava intrattenersi a chiacchierare o giocare a carte e a scacchi, mentre Giacomo mangiava i pasticcini e riordinava i libri.  

Dunque, ecco, Leopardi Befana Giacomo:- 

«Carissima Signora. Giacché mi trovo in viaggio volevo fare una visita a Voi e a tutti i signori Ragazzi della Vostra conversazione, ma la neve mi ha rotto le tappe e non mi posso trattenere. Ho pensato dunque di fermarmi un momento per fare la piscia nel vostro portone, e poi tirare avanti il mio viaggio. Bensì vi mando certe begatelle per codesti figliuoli, acciocché siano buoni, ma ditegli che se sentirò cattive relazioni di loro, quest’altro anno gli porterò un po’ di Merda. Veramente io volevo destinare a ognun il suo regalo, per esempio a chi un corno, a chi un altro, ma ho temuto di dimostrare parzialità, e che quello il quale avesse li corni curti invidiasse li corni lunghi. Ho pensato dunque di rimettere le cose alla ventura, e farete così. Dentro l’anessa cartina trovarete tanti biglietti con altrettanti Numeri.

Mettete tutti questi biglietti dentro un Orinale, e mischiateli bene bene con le vostre mani. Poi ognuno pigli il suo biglietto, e veda il suo numero. Poi con l’anessa chiave aprite il Baulle. Prima di tutto ci trovarete certa cosetta da godere in comune e credo che cotesti Signor la gradiranno perché sono un branco di ghiotti. Poi ci trovarete tutti li corni segnati col rispettivo numero. Ognuno pigli il suo, e vada in pace. Chi non è contento del corno che gli tocca faccia a baratto con li corni delli Compagni. Se avanza qualche corno lo riprenderò al mio ritorno. Un altr’Anno poi si verdrà di far meglio. 

Voi poi Signora carissima avvertite in tutto quest’anno di trattare bene codesti Signori, non solo col Caffè che già s’intende, ma ancora con Pasticci, Crostate, Cialdoni ed altri regali, e non siate stitica e non fatevi pregare, perché chi vuole la conversazione deve allargare la mano, e se darete un pasticcio per sera sarete meglio lodata, e la vostra Conversazione si chiamerà la Conversazione del pasticcio. Fra tanto state allegri, e andate tutti dove io vi mando, e restateci finché non torno ghiotti, indiscreti, somari scrocconi dal primo fino all’ultimo.

La Befana.». [Roma, 3/gennaio/2020]

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Scritto da Liberato De Vita

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