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LUCIANA ESPOSITO – LA DONNA CHE COMBATTE LA CAMORRA.

Con “Napolitan.it – il nuovo modo di leggere Napoli” Luciana Esposito, giornalista napoletana, combatte senza paura la camorra a Ponticelli. Vittima diverso tempo fa di intimidazioni, non abbassa la testa di un solo millimetro. Proprio per questo decidiamo di intervistarla. 

  • Cara Luciana, questa domanda viene fatta per le persone che non conoscono dal principio la tua storia. Quando nasce la tua “storia”? Quando Luciana decide di denunciare il marcio che si finge di non vedere in una società dagli occhi bendati?

“La molla” dentro me è scattata in seguito ad una dolorosa vicenda: la morte di un mio compagno di liceo, Paolino Avella, che ha perso la vita pochi giorni prima di compiere 18 anni, nel tentativo di fuggire a due malviventi che, proprio all’uscita di scuola, volevano rubargli lo scooter. Scaturì un inseguimento che è terminato quando, speronato dai due ladri, Paolino si è schiantato contro un albero. Sono stata una delle prime persone ad arrivare sul luogo dell’incidente e insieme a tanti altri miei coetanei ho assistito impotente ed incredula agli ultimi istanti di vita di un ragazzo che ha pagato con la vita “la colpa” di appartenere ad una famiglia benestante e di vivere in una zona residenziale, a ridosso di una realtà come quella che si respira nei quartieri della periferia orientale di Napoli, dove altri ragazzi, cresciuti a pane e malavita, ritengono cosa buona e giusta derubare i figli di papà per afferrare con la violenza quello che non riescono a guadagnare con il sudore della fronte. La risposta ad una domanda apparentemente semplice: “Perché?”, mi ha portato a studiare le dinamiche camorristiche dei quartieri periferici. Non a caso, ad agosto del 2014, uno dei due responsabili della morte di Paolino, venne scovato in un appartamento di Barra, quartiere di Napoli est, al culmine di una lunga latitanza. Ironia della sorte, quello fu il primo articolo di cronaca che ho pubblicato su Napolitan, il mio giornale online, nato poche settimane prima.

  • Cosa è successo le prime volte che la tua voce ha finalmente raggiunto vette alte. Sappiamo di un’aggressione. 

Nel 2015 sono stata aggredita da una famiglia di malavitosi: marito, moglie e primogenita incinta.

Un’aggressione culminata in un tentativo di sequestro di persona e voluta per “punirmi” in maniera plateale per quello che avevo scritto in seguito all’omicidio di una loro parente, Annunziata D’Amico, reggente dell’omonimo clan, giustiziata in pieno giorno come un boss, perché di fatto era una donna-boss. Un omicidio che ha scosso notevolmente l’opinione pubblica, sfatando in via definitiva il falso mito della camorra che non uccide donne e bambini e che ha ridisegnato gli equilibri camorristici della periferia orientale di Napoli, determinando nuovi scenari. Una vicenda di cronaca forte e pregna di suggestioni che ha segnato tante vite, anche la mia. Il mio pestaggio si consumò in pieno giorno, nei pressi della villa comunale di Ponticelli, mentre era in corso il mercato rionale. Tantissime persone hanno assistito impassibili a quella scena, guardandosi bene dal prestarmi soccorso. Mancavano pochi giorni a Natale e mi vidi costretta ad andar via da Napoli per qualche tempo: a Napoli, durante le festività natalizie, la camorra festeggia sparando in cielo. Gli inquirenti temevano che potessi rimanere vittima di un “proiettile vagante”. Sono stati mesi difficili, anche perché al mio ritorno ho trovato un clima molto ostile. I cittadini pensavano che volessi speculare sulle sciagure di quel contesto per cavalcare l’onda mediatica, mentre la camorra continuava a starmi con il fiato sul collo. Con il passare del tempo, la maggior parte della cittadinanza ha avuto modo di appurare la mia buona fede e si è letteralmente erta a mia difesa: sui social network, quando i malavitosi e i loro parenti, inveiscono contro di me, un plebiscito di persone replica a muso duro, intimandogli di lasciarmi lavorare: è un risultato prezioso, impensabile appena 5 anni fa. Il muro d’omertà che protegge la camorra inizia a sgretolarsi, in un quartiere che si estende per 9 chilometri e che accoglie circa 70mila abitanti. Numeri che aiutano a comprendere quanto sia radicata la malavita a Ponticelli: un quartiere che ospita 12 rioni di edilizia popolare, più di 300 piazze di droga e allo stato attuale si registra la presenza di almeno 4 focolai camorristici. E’ un fronte di guerra a tutti gli effetti, radicato in una realtà metropolitana.  

  • È una lotta a viso aperto tra lei e la camorra di Ponticelli. Addirittura recentemente è stata contattata da un esponente della malavita affinché non scrivesse sul suo giornale di un attentato ai suoi danni. Crede siano pronti anche al GF Vip in veste di prime donne? 

L’aspetto più paradossale di questa vicenda è che il pregiudicato in questione era stato appena raggiunto da un proiettile in strada e si trovava ancora al pronto soccorso, in attesa di essere visitato, quando mi ha scritto su facebook. In realtà, mi ha contattato non per dissuadermi dal parlare dell’agguato di cui era rimasto vittima, ma per veicolare un messaggio ben più esplicito: “non mi sono fatto niente, sto bene. Ci tenevo a farlo sapere.” Tra l’altro, ha esordito facendomi i complimenti per il mio lavoro, precisando che mi segue con ammirazione. Mentre altri camorristi, in vario modo, mi hanno inviato messaggi o segnali per farmi comprendere che “seguono” il mio lavoro, con lui non avevamo mai avuto contatti prima di quel momento, però quel gesto mi ha permesso di capire in che modo viene percepito il mio lavoro dagli interpreti della camorra di Ponticelli: quell’uomo, quando aveva ancora un proiettile conficcato nella schiena, ha compreso che il mio giornale era il mezzo più immediato e diretto del quale avvalersi per far pervenire la sua replica al clan rivale che lo aveva ferito. Ad onor del vero, in tutti gli arsenali della camorra sono state istituite delle “sentinelle” che hanno il compito di monitorare il mio sito e di segnalare in tempo reale la pubblicazione di un nuovo articolo, innescando una voce che ad effetto domino che si diffonde di palazzo in palazzo, di casa in casa. 

Questa forma di visibilità e di clamore affascina i personaggi in onore di camorra che si compiacciono all’idea di essere sulla bocca di tutti, ma con i dovuti filtri. Mi spiego meglio: alcune figure di spicco della scena camorristica contemporanea hanno utilizzato in modo compulsivo i social, in primis le stories di Instagram e di Facebook, limitando però l’accesso ad una cerchia ristretta di persone, presumibilmente per evitare di finire sotto i riflettori delle forze dell’ordine. Le leve di questa generazione camorristica talvolta appaiono come l’imitazione grottesca dei personaggi di “Gomorra”, andando a proporre un concept criminale di bassa caratura che li porta a rischiare di trascorrere decenni in carcere per ostentare sui social, giusto per qualche mese, un tenore di vita medio-alto. Una politica ben lontana da quella praticata dai clan “old style”, capaci di ergere imperi miliardari e di sopravvivere a blitz ed agguati per decenni. 

  • Ha collaborato con i suoi pezzi all’arresto di otto persone all’interno di un clan formato dai De Luca Bossa. Come vive il suo lavoro? Quanto può esserci di più gratificante di contribuire alla rinascita del suo paese e renderlo un posto più “pulito”? 

E’ l’ennesimo punto d’oro portato a casa dalla squadra anticrimine del commissariato di Polizia di Stato di Ponticelli: è un merito che va attribuito a loro. Solo ed esclusivamente a loro. Il sostituto commissario Vittorio Porcini è senza dubbio alcuno il baluardo di legalità più autorevole che esiste e resiste a Ponticelli da un bel po’ di anni. Senza il presidio istituito da lui e dalla sua squadra, non credo che sarei dove sono oggi. 

Per quanto riguarda il clan De Luca Bossa ho avuto sicuramente il vantaggio, rispetto ad altri colleghi, di aver intercettato anzitempo dei segnali che lasciavano intuire che dopo anni passati in sordina, fosse tornato alla ribalta. Quando ho iniziato a scrivere i primi articoli, ho subito incassato telefonate e messaggi da parte delle donne della famiglia De Luca Bossa. Umberto, il reggente del clan, un ragazzo di appena 27 anni, mi ha scritto fino a pochi giorni prima di essere arrestato per palesarmi il suo disappunto per il fatto che continuamente fosse protagonista dei miei articoli. Non credo di aver fatto nulla di eclatante, il dovere di un giornalista è quello di raccontare. Dispongo di una visuale privilegiata, perché ho costruito un rapporto molto forte con il territorio e con i cittadini, ed è un vantaggio che ho il dovere di sfruttare. Purtroppo, non c’è mai un momento di “vacanza”: non appena viene decapitato un clan, subito s’innesca una nuova faida tra altre organizzazioni camorristiche intenzionate a prenderne il posto e questo genera un clima di tensione ed apprensione che non consente mai di abbassare la guardia né di vivere giorni sereni. Quindi non riesco mai ad adagiarmi sugli allori, anzi. Ormai ho imparato a guidare guardando con un occhio alla strada e con l’altro allo specchietto retrovisore.

  • Continuerà a parlare di Camorra. Continuerà a combatterla. Cosa la lega a Ponticelli? 

E’ come chiedere a un medico se continuerà a curare le persone o ad un insegnante se continuerà ad educare bambini. Sono del parere che ognuno di noi nasce ed esiste al mondo per espletare un ruolo e per svolgere una missione: questa è la mia strada e non intendo abbandonarla. Ponticelli è un quartiere complicato, pieno di handicap e di criticità, nel quale vivono alcune delle persone più belle che abbia mai incontrato. Persone che non hanno nulla, ma che sanno dare tutto, con una grande dignità e un cuore immenso. Ponticelli è una Scampia emarginata. Mentre quest’ultima ha vissuto un innegabile riscatto nell’era post-faida e anche grazie alle produzioni cinematografiche, Ponticelli è una realtà che continua a restare marginale, soprattutto agli occhi dei politici. L’Italia ignora che contestualmente al piano d’abbattimento delle Vele di Scampia è partito anche quello del Rione De Gasperi di Ponticelli, con la differenza che il primo è andato avanti a spada tratta per regalare al mondo l’immagine sensazionalistica della “Vela in frantumi” quasi a voler scardinare gli stereotipi introdotti da “Gomorra”. Di contro, a Ponticelli ci sono ancora centinaia di famiglie che da decenni attendono un alloggio, con l’aggravante che tuttora è la camorra a gestire la compravendita delle case popolari. Vorrei vedere concretizzarsi anche a Ponticelli quel riscatto sociale puntualmente sbandierato dai politici durante le campagne elettorali. Vorrei vedere restituire dignità a dei cittadini, napoletani, italiani come tutti gli altri e soprattutto più opportunità per i ragazzi che troppo spesso finiscono nella rete della camorra, pur di riempire le loro giornate.”

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