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L’eticità del perdono come conversione

«(Il perdono difficile è) quello che, prendendo sul serio il tragico dell’azione, punta alla radice degli atti, alla fonte dei conflitti e dei torti che richiedono il perdono: non si tratta di cancellare un debito su una tabella dei conti, livello di un bilancio contabile, si tratta di sciogliere dei nodi» (P. Ricoeur, Ricordare, dimenticare, perdonare. L’enigma del passato)

Perdonare vuol dire vivere completamente la “(com)prensione-insieme”, come alla lettera la parola greca συγγιγνώσκω.  La persona – l’io identificativo che oltrepassa il mascheramento che si presenta alle masse e si pone in relazione – effettivamente perdona mediante un atto di apprensione condivisa che arrischia tanto il sé quanto l’altro. È una modificazione razionale che muta la natura dell’agente, e di converso quella del richiedente perdono. I latini sottolineavano nella etimologia del termine l’idea del dono che è “donato” in maniera assoluta. Perché nel perdono si opera spontaneamente, non esiste costrizione, né negozio. Non vige infatti la regola del “tu devi”, dal momento che il perdono è l’oltrepassamento dell’imperativo categorico, e quindi oltre ogni dettato della morale. Quasi un atto, nella sua paradossalità, non legale. Perché si può perdonare chi ha compiuto perfino un omicidio, l’unico delitto irrimediabile: quale azione potrebbe riportare in vita un ucciso?

Interrogarsi sul perdono vuol dire, dal punto di vista di chi scrive, riflettere sull’eticità dell’atto e rifondarla, se questa non esiste.

Un atto, come si è detto, che può apparire sovra-morale e che, per essere compreso, deve considerarsi pienamente teologico. Tanto che, per chi ha fede, il solo che può davvero perdonare è Dio: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”, diceva Gesù sulla croce mentre rimetteva il suo spirito nelle mani del Creatore.

Nel perdono si assiste pertanto a una epifania divina. L’uomo che riesce a perdonare supera l’umano e si pone sulla strada della santità. Ovverosia è chiamato a parte da Dio, dal momento che nel perdono si instaura un rapporto privilegiato non solo col prossimo (da amare come se stessi), ma appunto con il Divino. Quasi un’identificazione con esso.

È vero che spesso abusiamo nell’uso del termine. Utilizziamo perdono per indicare, talvolta, semplicemente l’atto di scusare qualcuno per qualche colpa o errore di lieve entità.

Nel perdono invece c’è la profondità del cambiamento personale. Chi perdona avverte un legame intimo nei confronti di chi ha sbagliato, il quale è pronto a pentirsi per quanto fatto. Pentimento che strugge chi ha commesso l’errore. Questo si trova infatti a pagare la pena del suo perdono nella propria carne. Al punto che si converte, “cambia la testa, la rivolta” verso la parte giusta.

Perdono e pentimento, legati in simbiosi tanto da costituire un duo inscindibile, hanno a che fare con la ragione. Non perché siano azioni fredde, ma perché ci può essere un vero pentirsi soltanto se esiste un’autentica introiezione non emotiva della pena che la colpa ha determinato.

Chi sbaglia deve cambiare davvero, non solo a parole e sul momento. Come se indossasse un vestito buono per ottenere il perdono. In questo caso non avremmo una vera conversione e di conseguenza nessuna “comprensione”. Quanto volte ascoltiamo di violenze con pentimenti superficiali che sfociano sempre in “non lo faccio più, è l’ultima volta, ecc.” che si ripetono in continuazione. Perché ci sia un vero pentimento è necessario che chi ha abusato dell’altro cambi la sua testa. Comprenda seriamente i suoi errori e paghi la pena dello sbaglio commesso.

E in questa relazione di responsabilità autentica può aprirsi la strada del perdono. L’atto più eccezionale di tutti, pienamente morale, teologico per eccellenza. E perciò concesso una tantum.

Non si può perdonare sempre per gli stessi errori – per quanto il Vangelo dica di perdonare settanta volte sette. Perché il vero perdono si mette all’opera solamente quando ci sia pentimento autentico, e quindi nuova vita.

Perdono-pentimento è un percorso comune, da compiersi insieme. È una costruzione nuova, basata sulle fondamenta di una fiducia recuperata e stabile. Fiducia che non viene più messa in discussione, in quanto rinnovata una volta per tutte.

Perdonare è dunque un atto politico, che fonda una nuova comunità. È il cammino comune che denuncia ogni violenza, ogni vendetta. Pur nel non ristabilire un diritto – quello della giustizia – il perdono incarna pienamente il valore della legge se e soltanto se collegato al sincero pentimento. Per quanto atto utopico, e perciò stesso rivoluzionario, perdonare (collegato al pentirsi) è il solo rimedio ad una società che si fa violenza. Che vive l’individualismo sfrenato prevaricatore dove non esiste più relazione. Dove il Tu è diventato oggetto da sottomettere. Pertanto, pur se difficile da realizzare, perdonare-pentirsi è la speranza per rifondare la comunità. Come scrive Jankélévitch: «Il perdono instaura un’era novella, istituisce nuovi rapporti, inaugura una vita nuova. La notte della colpa, nel graziato, presagisce una nuovissima aurora; l’inverno del rancore in colui che grazia, annuncia una nuovissima primavera» (Il perdono).

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